Dei canarini che non vorrebbero cambiare abitazione

Dei canarini che non vorrebbero cambiare abitazione

A distanza di dodici mesi, alle porte della Premier League si è presentata un’altra formazione in grado di offrire un calcio propositivo. Siamo abituati ad immaginarci le neo-promosse come squadre difensive, chiuse, restie ad offrire un calcio di intrattenimento al posto di uno da “pagnotta”. Se nell’Agosto scorso fu il momento del Wolverhampton, rimasto solido per tutta la stagione ed andando oltre ogni più rosea aspettativa, ora come ora stiamo assistendo al tentativo del Norwich City.

Con occhio ben poco indagatore, le affinità tra le due squadre sembrano poche: modulo diverso, con uno che riempie il centrocampo mentre l’altro cerca di sbilanciarlo più in zona offensiva; modalità di gioco differente, in cui da una parte tutti si aiutano in maniera compulsiva mentre dall’altra regna un continuo tentativo di spaziare il campo; difesa a tre contro una statica, con terzini/canarini non moltissimo propositivi, disposizione a quattro.

4-2-3-1: classica disposizione del Norwich City griffato Daniel Farke

Nella partita contro il Newcastle, in cui nei primi 45′ ha subito a testa bassa il gioco dei padroni di casa, fin dalle battute iniziali si è notata l’importanza di un preciso giocatore per lo stile di gioco di Farke: Moritz Leitner. Se con il passare del tempo è scomparso, anche per merito degli aggiustamenti di Steve Bruce, nelle prime frazioni di gioco ha gestito egregiamente ogni singola impostazione dei canarini. Giocatore tecnico, non veloce, sicuro dei propri mezzi e di posizione quando serve, con Tom Trybull forma la coppia di registi bassi di fronte alla difesa. Un elemento fondamentale per questa squadra, che cerca di giocare sempre palla a terra, dalle retrovie, allargando con calma il campo e cercando di tenere il più possibile la palla al posto di andare a recuperarla in un secondo momento.

Primi minuti di gioco: Moritz Leitner inizia ad abbassarsi per aiutare la ripartenza dal fondo. Quasi inconcepibile, per la squadra di Farke, iniziare con un lancio lungo del portiere

Il Norwich City non mi ha dato l’aria di una squadra che si fa prendere dalle situazioni e cade nel panico più becero, non riuscendo a fare quanto prefissato. Forse non riesce a farlo per la caratura dell’avversario, cosa che con il Newcastle non si è vista, ma di certo non per “la chiusura della mente”. E’ una squadra che mantiene una costanza di circolazione e cerca di leggere le situazioni al fine di bucare l’avversario. Non è una squadra che accelera in situazioni favorevoli, non ne ha le qualità per dominare le partite anche solo sfruttando le proprie doti, ma cerca di essere cinica nel suo piano partita. Pur avendo dominato i primi 45′ contro i Magpies, toccando addirittura picchi del 77% di possesso palla, non ha mai dato l’impressione di essere uno schiacciasassi in grado di annientare l’avversario. Ha avuto le sue occasioni, clamorosamente sbagliate, ma niente che potesse precludere anche ad un pareggio degli ospiti. Un punto debole, questo è sicuro, ma da una squadra in lotta per la salvezza è normale che ci sia.

Situazione in cui Fabian Schar effettua un errore da ergastolo, sbagliando anticipo e posizionamento, permettendo a Teemu Pukki di andare dritto in porta. Non arriverà la rete: un errore in finalizzazione, di questa tipologia, potrebbe costare caro in partite con squadre di maggior livello

Il gioco di possesso viene effettuato anche per coprire le lacune difensive. Se si guarda con attenzione, i terzini si sbilanciano solo quando necessario e pensano sempre prima a coprire che esporsi. I canarini vengono da una stagione in Championship in cui hanno subito la bellezza di 57 reti, fin troppe se paragonate alle 41 dello Sheffield United o alle 50 del Leeds United, e in queste prime giornate hanno dovuto fare a meno di determinati pezzi del puzzle, su tutti l’esperto difensore Timm Klose. Con troppa facilità vanno in crisi, specialmente nel gioco aereo, e solo una squadra ben poco propositiva come quella del profondo nord è stata in grado di siglare una singola rete (regalata) nei minuti di recupero.

Questa squadra, compresi i difetti che possiede, può essere solamente un orgoglio per l’intera contea di Norfolk. Gioca bene, propone, non ha paura ed affronta gli avversari a testa alta. Nonostante le quattro reti subite nei primi 45′ di ritorno in Premier League, nell’impossibile campo del Liverpool, tutti si ricordano l’ottimo secondo tempo disputato. La partita era chiusa, i padroni di casa non avevano nulla da chiedere, comunque un bel segnale per una squadra che, ricordiamoci, punta a restare al piano alto e non tornare subito giù come nel 2016.

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Lame che ragionano a bassi giri dopo dodici anni d’attesa

Lame che ragionano a bassi giri dopo dodici anni d’attesa

Era il 13 Maggio 2007 quando le lacrime non smettevano di inondare il Bramall Lane. Dopo il ritorno nel massimo campionato inglese, per le Blades il destino aveva riservato un brutto colpo: retrocessione all’ultima giornata, tra le mura amiche, nello scontro diretto contro il Wigan. Un dolore ancora vivo nelle diramazioni tra Cheery Street, Shoreham Street e John Street.

Il volto della disperazione griffata 2007. Foto tratta dal sito: thetab.com

Ora, con il ritorno nel massimo campionato dopo ben dodici anni, si sta cercando di cambiare aria e mentalità. Nella prima partita stagionale, in quel di Bournemouth, è arrivato un pareggio che tutti aspettavano e speravano. La possibilità di girare per le strade con la testa alta, senza quel costante pensiero legato al passato. Un passato che, ad essere onesti e per i più attenti, sembra legarsi al presente: anche nell’Agosto del 2006 arrivò un pareggio alla prima giornata, in casa e contro quel Liverpool che si era appena portato a casa il Community Shield.

Detto ciò, che sembianze ha l’attuale Sheffield United? Nella prima uscita stagionale, si è ben notato un punto di (non) forza che potrebbe portare fortune ma anche disastrose conseguenze: una tranquillità di gioco mista ad una lentezza ragionata. Un qualcosa che si porta dietro dall’anno scorso, ma al livello superiore siamo sicuri possa andare bene? Con la miglior difesa dell’ultima Championship, parliamo di poco più di 40 reti subite in 46 gare, non ha per nulla sfigurato nel sud del paese contro una squadra che nel corso del match ha perso sempre di più il pallino del gioco. La “squadra dell’acciaio” anticipa linee di passaggio, è sempre vigile, ben messa in campo ed in grado di uccidere la creatività dell’avversario con la propria passività. Con una difesa molto bassa, parliamo di undici uomini sui 40 metri ed un George Baldock che fa il quarto di difesa e il quinto di centrocampo quando si attacca, ha prodotto una gara di attesa e lavoro sporco, molti sono stati gli interventi al limite dello scorretto, fino alla rete subita.

Siamo al minuto 87 e Callum Robinson, in campo dal primo minuto nel ruolo di seconda punta, arretra al fine di aiutare nell’anticipo. Un lavoro fatto per tutta la partita. Compattezza di squadra

Oltre a fare un distinto lavoro di squadra, lo Sheffield United è in grado di creare gioco ed apertura di campo. Con un Oliver Norwood finalmente nel calcio che conta, dopo anni in cui era sempre stato ingiustamente snobbato, coadiuvato da un John Fleck dinamico/solido ed un John Lundstram con piedi buoni ma spesso impreciso, risulta avere un centrocampo in grado di fare girare la palla con precisione e senza pathos. Il primo tiro in porta del match, con un Robinson in grado di accentrarsi e tirare con assoluta libertà dai 25 metri, era arrivato seguendo un canovaccio ben preciso: congestione sulla sinistra, tre tocchi di prima per liberarsi, palla al centro, apertura sul lato opposto, fallimento nel puntare l’uomo, palla che torna al centro e ritorno nella zona da dove era iniziato il tutto, successivamente liberata.

Spesso cercano il lancio lungo centrale, principalmente tramite il piede destro di Lundstrom, e se aprono il gioco lo fanno sempre dalla parte destra e ben poco volte dal lato opposto.

Le reti, sia per le Cherries che per le Blades, sono arrivate in situazioni di mischia e rimpalli fortuiti. Nota di merito per Billy Sharp, giocatore d’altri tempi in grado di segnare dalla League Two alla Premier League senza distinzione di stadi, tempi e pressioni. Il 33enne autoctono c’ha messo poco a dire la sua, con una lezione di rapina: entra al minuto 82 e segna dopo soli sei minuti. Opportunista come pochi, una dote che la squadra per cui fa il capitano deve essere in grado di fare sua nel calcio che conta. Un gioco del genere può portare dividendi con squadre di media o bassa classifica, il range su cui deve puntare la squadra del centro-nord inglese, ma cocenti sconfitte con chi riesce a trovare le giuste chiavi in pochi minuti.

Il salto del giocatore al contrario delle East Midlands

Il salto del giocatore al contrario delle East Midlands

Nottingham e Sheffield sono due città che distano tra di loro poco più di 70 km. Due città operaie, diciamo così, con la prima leggermente migliore della seconda. Due città in cui sembra esserci ben poco per gli occhi di un turista, in quantità molto più rimarchevole nella seconda, se tralasciamo le vere passioni che ti fanno vivere alla giornata.

Una passione, quella calcistica, che Ben Osborn ha coltivato a Nottingham ed ora porterà in quel di Sheffield. Il grande salto nel massimo campionato per il ragazzo di Derby, giovane tifoso dei Rams poi diventato bandiera portante di questi ultimi anni del Nottingham Forest. Un gioco del destino, nemmeno farlo apposta.

Foto tratta dal sito: nottinghampost.com

Dopo ben sedici anni con la maglia dei Reds, il classe 1994 ha deciso di accettare una nuova sfida nel momento in cui il suo contratto sarebbe entrato nell’ultimo anno di vita. Era il 2003 quando, dopo un anno di Derby County in cui venne scartato, finì nella squadra rivale di quella per cui faceva il tifo. Piedi buoni, fantasia, agilità, velocità e con il passare del tempo arrivò ad essere il capitano dell’U21 e mettere in cascina più di 200 presenze con la maglia della prima squadra.

Giocatore versatile, ricopre molti ruoli dalla fase offensiva alla difensiva, negli ultimi due anni si è specializzato nel ruolo di terzino sinistro. Difficile da immaginare un paio di anni fa, quando cercava di fare il funambolo nei lati offensivi più esterni. Allo Sheffield United proverà a dare proprio questo, la sua versatilità, sperando di ritagliarsi un ruolo nel piano alto e non dover tornare all’ovile.

Un anziano qualsiasi al Griffin Park

Un anziano qualsiasi al Griffin Park

Non posso entrare nella vostra mente, anche se adorerei farlo, quindi posso parlare solo per me stesso: a regolari periodi di tempo, ricordo, in maniera totalmente solitaria, i viaggi calcistici che ho effettuato nelle settimane, nei mesi o negli anni precedenti. Parlo e penso da solo, sorrido da solo, mi commuovo da solo.

Pura passione.

Oggi, informandomi sui lavori riguardanti il nuovo stadio del Brentford, mi è tornato alla mente il penultimo viaggio da me intrapreso. Sono passati quattro mesi, un periodo di tempo misero, anche se mi sembrano passati decenni. Due belle giornate, con dispiacere nemmeno una goccia di pioggia ed una corsa contro il tempo dall’aeroporto che difficilmente scorderò.

Foto tratta dal sito: newstadium.brentfordfc.com

Arrivai a Stansted alle ore 11, con l’orario della partita fissato alle 15. Brentford vs Blackburn, una partita modesta che non mi interessava più di tanto. Mi interessava entrare e coccolare il Griffin Park, poiché sarà il palcoscenico della squadra solamente per un’altra stagione agonistica. Per chi non fosse avvezzo alla terra londinese, Stansted dista un’ora dal centro di Londra ed il quartiere di Brentford non è esattamente nel cuore della City. Con veloce tappa in hotel, cambi di metro continui e calcolate camminate arrivai a Braemar Road poco meno di trenta minuti dal fischio iniziale.

Un’infinità di viaggi effettuati, ma la gioia resta sempre la stessa. La gioia della prima volta.

Ogni volta che approdo in uno stadio, la partita in quanto tale mi importa il giusto. Osservo le persone, i loro modi di fare, la cura della struttura, la presenza degli ospiti, il contorno delle pause e ciò che il luogo offre oltre al campo da calcio. Il quartiere di Brentford non ha nulla di rilevante, per quanto poco visto nel breve tratto dalla stazione di South Ealing, ma la vicinanza delle case al confine del Griffin Park non può lasciarti senza sentimenti. Tirai fuori la macchina fotografica, pur sapendo di andare contro le regole, e scattai una bellissima foto raffigurante un anziano, con sciarpa al collo, mentre saliva le scale per approdare in tribuna. Dietro a lui le case e la mia mente vagò immaginando tale uomo bere un thè caldo, dentro una di quelle abitazioni, a pochi minuti dal fischio finale.

“Signore, non si può scattare foto alle case. Deve cancellarla”.

“Ok, scusi. Arrivo (ed allungai il passo). Devo cancellarla di fronte a lei?”

“No no, basta che la cancelli”.

Ahimè, non la cancellai. Maledetta passione.

Prima o poi salterà l’uomo Pablo Fornals?

Prima o poi salterà l’uomo Pablo Fornals?

14 Giugno 2019.

Immaginiamo di essere al Chadwell Heath, storico campo d’allenamento del West Ham.

Pablo Fornals, spagnolo e classe 1996, diventa il secondo giocatore più pagato della storia del club. 24 milioni di £ dirette verso le casse del Villareal.

Alcuni hanno detto che potrebbe rivelarsi una steal di prima fattezza, del tipo che nel giro di un paio d’anni lo si vedrà volare in altri contesti per cifre esorbitanti. Per quello visto fino ad ora, pur considerandolo un ottimo prospetto, mi pare un prodotto abbastanza grezzo ed incompleto. Pur venendo considerato anche un trequartista, principalmente gioca sulla fascia sinistra, alternandola anche con la destra quando serve, ma una delle sue più grosse lacune è che difficilmente punta l’uomo. E’ un giocatore che cerca molto le triangolazioni, e non dico si tratti di un demerito, per poi tagliare con costanza al centro quando si trova sui venticinque/trenta metri dalla porta avversaria.

Come si può notare, in questa apertura verso sinistra il nostro amico Fornals non è presente. Si trova già in centro, a ridosso dell’area, a fare quasi il ruolo di prima punta

Un altro demerito è che non sembra essere in grado di cambiare ritmo, di accendersi o spegnersi a piacimento grazie alla sua qualità. Un demerito che può essere visto come un merito, poiché mantiene sempre una costanza in ogni cosa che fa. E questo merito lo si nota bene in fase difensiva, dove risulta essere diligente, pronto, attivo e ben posizionato, per poi azzardare qualche anticipo, nonostante il fisico non a proprio favore, nei casi in cui gli avversari risultano essere leggermente distratti o in pericolo. E’ un giocatore che fa campo, in maniera più che decorosa.

Da notare come scende, difensivamente parlando, andando a coprire una zona di campo apparentemente non sua. Non è detto che faccia qualcosa in particolare, magari l’uomo lo salta in due nanosecondi, comunque la presenza la mette

Perchè gli Hammers hanno preso un giocatore del genere? Soffermandoci sul ruolo che ricopre, quindi esterno alto di sinistra, viene da pensare che la dirigenza sia andata alla ricerca di un Felipe Anderson (l’acquisto più costoso della storia per il West Ham) molto più diligente. Lo spagnolo non ha la qualità e non salta l’uomo come il brasiliano, su questo non si discute ora come ora, però può donare molte cose (diligenza, intelligenza tattica, costante serietà) che il classe 1993 non sembra avere mai avuto.

La visione di Stephen Constantine

La visione di Stephen Constantine

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Quando pensiamo ad allenatori britannici, prendiamo ad esempio quelli inglesi, li collochiamo sempre in un ambiente d’oltremanica. Lo stesso discorso vale con i calciatori, di cui facciamo fatica ad immaginare che compiano gesta eroiche lontani da quella zona collocata sopra il corso d’acqua che la separa dalla Francia. E’ innegabile che quando qualcuno esce dalla zona, pensiamo ad un David Moyes nel campionato spagnolo, viene visto quasi come un viaggiatore da neo colonialismo. Suona e viene percepito in modo atipico, come se tali allenatori o calciatori stessero facendo un qualcosa di sbagliato o di inspiegabile. Ormai il massimo campionato inglese viene visto come un punto di arrivo e non un punto di partenza, quindi il britannico che lascia l’oltremanica lo percepiamo come un pesce fuor d’acqua.
Anche se non prettamente inglese, Stephen Constantine è stato, è e sarà l’esatto opposto di questo personaggio che ci siamo creati nella nostra mente. Il fatto che non sia puramente inglese, avendo una metà cipriota, e che non abbia avuto un’infanzia regolare nel suolo inglese, saltando da una parte all’altra delle nazioni interessate, ci permette di non parlare di lui come il classico allenatore inglese. Nonostante ciò, anche lui vede il tutto con gli stessi occhi nostri: allenare in Inghilterra è un sogno, un traguardo, un must, anche in leghe molto basse, alle porte della non league.

“I started applying for English jobs after I got my FA full badge in 1996. By the time I left Nepal, I was ralentless. If I read that a manager had left a Football League club, that was it: I faxed or emailed my CV. I must have applied to half the full time teams in England”

Nel suo libro autobiografico, “From Delhi to the Den”, il nativo londinese ci delizia con un’infinità di aneddoti riguardanti la sua carriera da allenatore, quasi sempre passata in paesi in cui il calcio è un continuo cantiere aperto. Due sono i concetti che continua a ripetere: la poca professionalità calcistica nelle nazionali in cui va ad allenare, nonostante lo seguano in tutto e per tutto, e la voglia di essere qualcuno nella nazione che gli ha dato i natali.
La vita di Stephen Constantine, permettendomi, oltre al fatto di essere piena di colpi di scena e di ventate transcontinentali, sembra essere ricamata intorno ad un enorme buco. Immaginatevi una maglia invernale, creata da una vostra nonna, e nel centro un enorme buco. Tale buco, per S.C., è il fatto di non essere stato nessuno, e probabilmente mai lo sarà, in Inghilterra. Quando parla del suo periodo al Millwall, dove era una specie di assistente, si percepisce tanto rammarico. Quando parla della mentalità dirigenziale britannica, si percepisce altrettanto rammarico.

“In 2006, McClaren left Middlesbrough to become England manager. Boro were a Premier League team and could have picked from 99.9 % of managers around the world. Instead they chose their captain, Gareth Southgate. He didn’t even have the Pro License, which broke the league’s own rules. When you’ve spent years doing those courses that’s a kick in the teeth”

La ragione sembra essere dalla sua parte, dopotutto quante ne abbiamo viste di queste vicende? Il fatto è che, analizzando la carriera di tale allenatore, viene da farsi un paio di domande: è tutta colpa della federazione inglese o no? E’ veramente valido come allenatore? Si ritrova sempre ad allenare in luoghi sperduti perché la sua visione di se stesso è forse un po’ troppo pompata? La sua non esperienza da calciatore influenza così tanto quella da allenatore?
Noi vogliamo stare dalla sua parte, vederlo come un paladino del calcio in zone remote del mondo. Vogliamo continuare ad immaginarlo docente in Sudan, per dire, o capo allenatore di qualche squadra dimentica nella terra cipriota che l’ha allevato ed accudito.

(Foto tratta da: worldfootballindex.com)

La storia si presenta in casa dei tre fratelli Mason

La storia si presenta in casa dei tre fratelli Mason

Sholing è un piccolo distretto nella parte est della città di Southampton, quindi stiamo parlando del “profondo mezzogiorno” inglese. In tale parte della città è presente la Silverlake Arena, stadio del Sholing FC, quest’ultima compagine militante nella Division One South & West della Southern Football League (terzo livello del National League System).
Un complesso che si trova a 3 miglia dal più famoso St. Mary’s Stadium, casa del Southampton, che si trova più verso la città e dall’altra parte del fiume Itchen. La casa del Boatems, così vengono denominati, si trova invece in una zona verde, molto simile a quelle che vediamo nei programmi britannici quando i conduttori provano le vetture in zone remote che sembrano disabitate.

Tramite googlemaps siamo stati in grado di risalire all'entrare nel complesso sportivo del Sholing FC
Tramite googlemaps siamo stati in grado di risalire all’entrare nel complesso sportivo del Sholing FC

Una realtà così lontana dai giornali, una realtà provinciale, una realtà quasi nostalgica. Vi starete chiedendo :

Per quale motivo stiamo leggendo questo articolo?

La verità è che in data 17 Gennaio 2015 tale realtà si è fatta sentire, grazie a tre fratelli.

I fratelli Mason.

Barry Mason, 30 anni, centrocampista
Barry Mason, 30 anni, centrocampista

Daniel Mason, 23 anni, attaccante
Daniel Mason, 23 anni, attaccante

Byron Mason, 28 anni, centrocampista
Byron Mason, 28 anni, centrocampista

Sono diventati popolari perché nella partita contro lo Shortwood United hanno segnato una rete cadauno. La partita è terminata con il risultato di 3-3, lasciando il Sholing in 17a posizione (su 22), ma un fatto del genere non accadeva dal lontano 1978. All’epoca erano i fratelli Fenoughty (Tom, Nick, Micky) e per maggiori info vi rimandiamo a questo link.
La realtà britannica è bella anche per queste situazioni, dove nelle maggiori testate di stampa vengono ritagliati spazi a favore di tali informazioni. Ma noi vi offriamo altro, per avere maggiori nozioni riguardanti i tre fratelli Mason, quindi vi rimandiamo a questo articolo “famigliare”.

L’obiettivo del redivivo Jonas Gutierrez

L’obiettivo del redivivo Jonas Gutierrez

Era il 19 Maggio 2013 quando il Newcastle ospitò l’Arsenal tra le mura amiche. Una sconfitta non fa mai piacere, vista la vittoria dei Gunners per 1-0, ma quella giornata Jonas Gutierrez se la ricorderà per un altro motivo : 90′ giocati e impatto di gioco contro Bacary Sagna, che gli causa un forte dolore ai testicoli. Una fitta apparentemente normale, “non è niente di che” dicono i medici della società.
All’argentino torna il dolore con l’avvio della stagione successiva (2013/2014). Testicolo sinistro gonfio e infiammato, quindi “cosa facciamo“? Visita con gli ultrasuoni, specialistica. Risultato? Presenza di un cancro, da operare nei giorni successivi.

Jonas Gutierrez nella sfida del 19 Maggio 2013 contro l'Arsenal. Alla sua sinistra, Bacary Sagna (gettyimages.com)
Jonas Gutierrez nella sfida del 19 Maggio 2013 contro l’Arsenal. Alla sua sinistra, Bacary Sagna (gettyimages.com)

Il 5 Ottobre 2013 è il giorno della sua ultima partita con il Newcastle e il primo di quella che si rivela una propria agonia : viene operato, si rimette, non trova spazio nei Magpies e viene spedito in prestito al Norwich City, dove giocherà solamente quattro partite.
Finita? No, per nulla.
In estate torna per una visita di routine e i dottori gli dicono che il cancro si è diffuso in altre parti del corpo. Terrore. Altra operazione, altro ciclo di chemioterapie in Argentina e così decide di uscire allo scoperto, dopo aver tenuto la notizia lontana dai riflettori.

Alle persone che mi chiedevano perché mi ero tagliato i capelli, rispondevo che avevo deciso di radermi del tutto

Il 31enne argentino nella sua prima partita con l'U-21 del Newcastle, lo scorso 22 Dicembre, dove ha giocato 87' (nufc.co.uk)
Il 31enne argentino nella sua prima partita con l’U-21 del Newcastle, lo scorso 22 Dicembre, dove ha giocato 87′ (nufc.co.uk)

Due giorni fa ha siglato la prima rete, con un preciso tiro a giro da fuori area, nell’U-21 del Newcastle che sta guidando, con la fascia da capitano, ma l’obiettivo a breve termine sembra essere ben preciso :

Sì, ho giocato ai Mondiali, ma se mi sarà concesso di indossare nuovamente la maglia della prima squadra del Newcastle, quello sarà il momento più bello della mia carriera

Will Hughes : il futuro o il presente?

Will Hughes : il futuro o il presente?

Se cammini per le vie di Weybridge, piccola città del distretto di Surrey (profondo sud-est inglese), e chiedi alle persone se qualche celebrità è nata o passata da quelle parti, di certo nessuno ti risponde con una semplice affermazione negativa. John Lennon, Ringo Starr e Tom Jones negli anni 60; ultimamente Cliff Richard. Poca gente, sì, ma l’orgoglio dei residenti si fa notare : “Ci siamo anche noi, ecco”. Il problema arriva quando la domanda diventa più specifica, quindi se qualche celebrità è nata e cresciuta in quella cittadina. Omertà dilagante, volti senza espressione e udito debole.
Will Hughes è nato in quella zona, nel 1995, ma probabilmente non sanno nemmeno chi è. Dopotutto, all’età di due anni la famiglia l’ha portato a Derby, nel centro-nord. Non una città dietro l’angolo, ecco.

Will Hughes, l'unico vero biondo del gruppo, in una foto con le giovanili del Mickleover Jubilee (periodo 2007-2011)
Will Hughes, l’unico vero biondo del gruppo, in una foto con le giovanili del Mickleover Jubilee (periodo 2007-2011) (foto : gettyimages)

Con il numero 19 sulla schiena, il “giovane biondo” è diventato il pilastro del Derby County degli ultimi tre anni. Centrocampista centrale, difensivo e allo stesso tempo offensivo, con la sua qualità nel tocco e nel controllo della palla è riuscito ad innalzare il livello di gioco di una squadra che dal tracollo in Premier League, ultima nella stagione 2007/08, viaggiava nella parte bassa pure della classifica di Championship. I Rams sono famosi per far seguire a stagioni fallimentari delle stagioni totalmente inverse, quindi non è una novità, ma la qualità di gioco di Will Hughes ha, e non poco, fatto la sua parte.
12° nel 2011/12 (3 presenze), 10° nel 2012/13 (35 presenze), 3° nella stagione scorsa (41 presenze). Un 24 Maggio 2014 in cui, se non ci fosse stato il QPR e Bobby Zamora in quell’ultima sfida a Wembley, il giovane nativo di Weybridge avrebbe festeggiato il suo approdo in Premier League.

24 Maggio 2014 - Wembley : le lacrime di Will Hughes, dopo la sconfitta contro il QPR nella decisiva sfida per l'approdo in Premier League (burtonmail.co.uk)
24 Maggio 2014 – Wembley : le lacrime di Will Hughes, dopo la sconfitta contro il QPR nella decisiva sfida per l’approdo in Premier League (foto : burtonmail.co.uk)

Nonostante un’altezza dignitosa, sul metro e ottanta, il fisico è molto debole. Debole a livello aereo, chiaramente, perché la palla dai suoi piedi difficilmente viene rubata. Giocatore sempre concentrato nonostante la giovane età, per questo ricorda molto Paul Scholes, anche se rispetto a quest’ultimo non ha ancora sviluppato la propensione offensiva. Passaggi precisi e poche volte rischiosi, almeno così li fa sembrare, abbinati ad un’ottima propensione ai contrasti. Un giocatore che, se continuerà a maturare seguendo la via del regista centrale-difensivo, potrebbe tranquillamente diventare un “Joe Allen mancino“. Quest’ultimo sembra essersi perso, ma ricordiamocelo ai tempi dello Swansea … ecco.

Nella stagione in corso, sono state ben 12 le volte (compresa la sfida giornaliera in casa dell’Ipswich Town) in cui ha disputato l’intera partita. L’esatto 50% delle sfide fin ora giocate dal Derby County, che anche grazie al “giovane biondo” si trova in vetta alla Championship a pari merito con il Bournemouth.

Dal 1899 ad oggi : i passi falsi dei ragazzi di Anfield

Dal 1899 ad oggi : i passi falsi dei ragazzi di Anfield

Non è mai un piacere subire tre reti nel giro di 10′, specialmente in una partita fondamentale per la lotta al titolo, ma il Liverpool non è certo nuovo a situazioni del genere. L’hat-trick di marcature subite dal 79° all’88° in quel di Londra, al Selhurst Park del Crystal Palace, ha teoricamente compromesso le opportunità di tornare a vincere la Premier League per la rosa guidata da Brendan Rodgers. Un passo falso che ha fatto tornare in mente ai più fedeli e storici tifosi Reds un paio di “stagioni sfortunate”.
Parliamo di queste : 1898/99, 1967/68, 1968/69, 1971/72, 1973/74, 1974/75, 1988/89, 2006/07.

Focus sul capitano Stevan Gerrard alla fine della partita contro il Crystal Palace (bleacherreport.com)
Focus sul capitano Stevan Gerrard alla fine della partita contro il Crystal Palace (bleacherreport.com)

. 1898/99 (Aston Villa 45, Liverpool 43, Burnley 39)

29 Aprile 1899, Villa Park, Aston Villa-Liverpool. Quando ancora i trasferimenti si effettuavano con un massimo di tre/quattro cifre totali e le vittorie valevano 2 punti, a Birmingham i Reds si presentano con un punto di vantaggio e a 90′ dalla vittoria del primo titolo nazionale. Si trattava solamente della quarta partecipazione in Division 1, su sette campionati totali dalla nascita del calcio, ma il disastro cui andarono incontro fu epocale : sconfitta per 5-0, sorpasso in classifica e quarto titolo, in sette stagioni, per i Villans.
Liverpool 1898/99 / RosaFoto

. 1967/68 (Manchester City 58, Manchester United 56, Liverpool 55)

Dal 1899 al 1967 arrivano 7 titoli nazionali, molti giocatori di rilievo passarono per Anfield (Gordon Hodgson e Billy Liddell su tutti) ma lo spettro si ripresentò. Un campionato che non avrebbero vinto ugualmente, nonostante le 25 reti siglate da Roger Hunt, per la differenza reti e le maggiori vittorie da parte del Manchester City. Sconfitta finale, per 2-1, nel vecchio Victoria Ground dello Stoke City.
Liverpool 1967/68 / RosaFoto – Video

. 1968/69 (Leeds 67, Liverpool 61, Everton 57)

Non propriamente scossi dal finale della stagione precedente, visto che una vittoria all’ultima giornata non avrebbe ugualmente regalato il titolo, nella stagione successiva si mangiano il titolo nelle ultime quattro giornate. Ultimo mese, dal 22 Aprile al 17 Maggio, in cui non arriva nessuna W : pareggi in casa del Coventry City e del Newcastle United; tra le mura amiche, sconfitta contro il Manchester City e pareggio contro i futuri campioni del Leeds United. Quella del ’68/69 fu l’ultima stagione completa di Roger Hunt con la maglia dei Reds, perchè nel corso della stagione successiva passò al Bolton per chiudere la carriera.
Liverpool 1968/69 / RosaFotoVideo

. 1971/72 (Derby County 58, Leeds 57, Liverpool 57)

Di solito un’esperienza sgradevole si spera di riviverla ad anni di distanza. Se dalla prima alla seconda erano passati 69 anni, nel decennio fra gli anni 60 e 70 si presentò in ben cinque occasioni! Quella del 1971/72 fu la terza in ordine cronologico ma, probabilmente, la più dolorosa di tutte. Nell’estate del 1971 arrivò dallo Scunthorpe United un giocatore che scrisse, negli anni successivi, un pò di pagine della storia del Liverpool : Kevin Keegan.
Campionato gettato alle ortiche nelle ultime due partite, dove prima arrivò la sconfitta nello scontro diretto contro il Derby County, che comunque concesse ai Reds di mantenere la vetta, ma successivamente il pareggio nell’ultima stagionale contro l’Arsenal fece crollare tutte le speranze. Un dolore così forte che sicuramente avrà scosso i ragazzi di Anfield, poichè nelle successive 8 stagioni arrivarono 5 titoli.
Liverpool 1971/72 / RosaFotoVideo

. 1973/74 (Leeds 62, Liverpool 57, Derby County 48)
. 1974/75 (Derby County 53, Liverpool 51, Ipswich 51)

Come già riferito, dal 1973 al 1980 arrivarono 5 titoli nazionali. Ciò che non avevamo detto è questo : nelle 3 stagioni “a vuoto” si posizionarono sempre in seconda posizione. Se nel 1977/78 la superiorità del Nottingham Forest fu netta, nelle due stagioni fra il 1973 e il 1975 i Reds si giocarono i campionati con le proprie mani : in quello vinto dal Leeds United, conquistarono solamente 3 punti nelle ultime 4 giornate (ricorda nulla?); in quello vinto dal Derby County, fu decisiva una sconfitta a Middlesbrough a 180′ dalla fine del campionato.

Per tutti gli anni ’70 ed ‘80 il Liverpool visse un periodo d’oro, che fece scordare a tutti quella reputazione non proprio da vincente che si era creato. Arrivarono 11 titoli in 20 stagioni, dove quello del 1989/90 resta tutt’ora l’ultimo conquistato,  ma la cosa eclatante è che quando non arrivava la W finale si presentava comunque un secondo posto, tranne nelle stagioni 70/71-71/72-80/81. Scottante fu il secondo posto del 1988/89, con Division 1 persa nell’ultima stagionale ad Anfield contro l’Arsenal (0-2).
Anche a livello europeo dominò, con 4 Champions League vinte fra il 1977 e il 1984.

Dalla nascita della Premier League, quindi dalla stagione 1992/1993, il Liverpool non andò mai propriamente vicino alla conquista del titolo. Arrivò a giocarselo “da distante” in svariate occasioni, specialmente ad inizio terzo millennio, ma in nessuna occasione ebbe nelle proprie mani il martello per decretare se la seduta l’avrebbe chiusa in prima persona o meno.