193cm di passaggio dal calcio non professionistico

Risulta difficile prestare attenzione alla Non-League, anche perché si fa fatica a prestare attenzione alle zone basse della Football League. Chi era a metà classifica nel fine settimana di metà Marzo in League Two? Ma non lo so, chiedilo a qualcun altro. Sai dirmi quante pinte sono state vendute a Portsmouth nella sfida contro il Doncaster? Ma lasciami in pace, non lo so. Un conto è la passione, un conto è non avere nulla da fare h24 e trasformarla in ragione di vita, in linfa vitale, in Red Bull per un drogato cronico. Per questo motivo non saprei chi è stato il capocannoniere dell’ultima stagione della National League, anzi, non lo sapevo fino a pochi secondi fa.

L’immenso Scott Quigley. Dai, quello sopra al metro e novanta che gioca al Barrow. Dai, quello che ne ha timbrati venti per la prima volta in carriera. Un mister nessuno, esatto, perché prima della recente annata fece la bellezza di undici reti in sette anni di attività, dopo un inizio di carriera da assoluto mattatore, di titoli, nel massimo campionato gallese. Gallese, appunto, quindi abbastanza inutile al fine del giudizio. Aprendo YouTube e pensando di trovarmi di fronte un cassone dell’immondizia che le butta tutte dentro di testa, sono rimasto stupito da quanto ho visto. In un secondo momento ho aperto Wikipedia, aumentando la curiosità. Non abbiamo di fronte il nuovo Holt, a meno che alcune linee della vita non trovino un punto di contatto, ma un giocatore dal doppio piede, dal controllo delicato per la categoria. 1,93m di ballerino per questa categoria.

Di seguito un collage della sua stagione 2019/20. Nessuna rete con la parte alta del corpo. Dalla stagione 2020/21 lo troveremo in League Two.

Lo scozzese John del distretto londinese N17

Frank Brettell fu il primo allenatore professionista del Tottenham. Era il 1898 e la squadra del nord di Londra fece il passo verso il professionismo, diciamo così, dopo aver passato un decennio come squadra amatoriale/semi professionista/di amici. Portando a Londra alcuni giocatori del Bolton, da dove arrivava, convinse a lasciare Liverpool, sponda Everton, una persona che scriverà le prime pagine della storia dei Lilywhites: John Cameron.

Una foto di repertorio di un giovane John Cameron

Brettell restò agli Spurs per poco meno di un anno, decidendo di accettare un’offerta più remunerativa da parte del Portsmouth, quindi il posto passò a Cameron: allenatore/giocatore fino al suo saluto, nel 1907. Otto anni a guidare la squadra dal campo, permettendogli di vincere la FA Cup nel 1901. Un risultato storico, mantenuto nel tempo: ai tempi, il Tottenham non faceva parte della Football League, quindi fu la prima ed unica squadra a vincere la coppa in quella situazione.

Il Tottenham vincitore della FA Cup del 1901. Come si può leggere, John Cameron è il primo in basso a dx

Lasciò il Tottenham nel 1907, un anno esatto prima che la società venisse accolta in Second Division, con conseguente ed immediata salita nella massima divisione. Lo scozzese, classe 1872, andò ad allenare in Germania prima di essere reso prigioniero a causa del primo scontro mondiale.

L’elogio della verticalità guidata da Wilfred Ndidi

Fine Febbraio 2019. Glasgow, sponda Celtic. Quanti commenti negativi sono stati rilasciati riguardanti l’addio di Brendan Rodgers? Tanti, forse troppi, per un allenatore che ha fatto conquistare due trouble in tre anni di panchina scozzese. Tanti anche gli anni che è rimasto in un calcio di nicchia, meno importante, perché, inspiegabilmente, questo allenatore è sempre stato sottovalutato. Ci siamo scordati il periodo in cui allenava lo Swansea? Fu uno dei primi in grado di portare il gioco che effettuava in Championship anche al piano superiore, non sfigurando. Ora, in quel di Leicester, la gente lo sta guardando con un occhio diverso: quattordici vittorie in ventiquattro partite giocate, con i soli Liverpool e Manchester City in grado di vincere più partite in questo (Febbraio-Novembre) lasco di tempo.

Perché queste foxes stanno avendo successo? Perché sono tornate alla ribalta? Il motivo all’apparenza sembra molto semplice: la verticalità. Cercando di essere meno banali, questo Leicester non si scosta molto da quello del titolo, sia per la voglia di correre che per la capacità di allungarsi in verticale ad induzione.

In questo frammento si può notare un Tielemans con la palla tra i piedi nel centro di centrocampo. L’azione parte da Schmeichel, passa per Soyuncu, Maddison, il belga e Vardy. Il tutto in otto tocchi, sempre nella zona centrale del campo e con un Vardy un pelo in ritardo per il rush finale. Demeriti avversari, certo, ma grandissima capacità di allungarsi

A differenza della rosa del 2015/16, personalmente noto degli upgrade: la coppia di centrali, Evans/Soyuncu, ha qualche skills in più nel palleggio anche se perde in fisicità rispetto al passato (e vorrei ben dire: Morgan/Huth); a centrocampo non c’è più Kante ma un Ndidi che cattura tutti i palloni in uscita dalla difesa ed aiuta molto anche sull’esterno; la diligenza di Albrighton la possiamo trovare con Barnes; Maddison e Tielemans offrono quella fantasia, quel bel gioco, quel tocco di palla di caratura che, forse, solo Drinkwater poteva donare; Perez/Grey risultano quasi dei jolly di posizionamento funzionali al sistema, anche se la capacità di creare vantaggio di Mahrez è difficilmente riproponibile. Se Ranieri offriva un 4-4-2 standard, adattabile nelle varie situazioni, l’allenatore nord irlandese ha un’idea diversa: bisogna sfruttare la rapidità di Vardy, quindi attua un 4-1-4-1 in cui il veloce attaccante inglese si ritrova con lo scudo dei quattro centrocampisti e la capacità di pensare solamente a trovare pertugi atti ad allungare il campo con sponde e guizzi.

Ogni momento è buono per verticalizzare. I padroni di casa sfruttano male una palla al centro e viene deviata verso la bandierina di sinistra. Chilwell la recupera e lancia lungo, trovando la sponda di Vardy per Maddison ed una conseguente autostrada a tre corsie

Se la verticalità è l’arma principale di queste volpi, Ndidi è il fulcro da cui nasce tutto. Fin troppo fulcro, perché con la giusta pressione il castello di carte traballa. E’ vero che sia Maddison che Tielemans, più il primo che il secondo, scendono ad aiutare i difensori per fare uscire la palla centralmente, ma non credo sia il piano partita di Rodgers. Facendo scendere un centrocampista del blocco dei quattro, si perde uno dei due giocatori tecnici in grado di creare vantaggio o sostenere Vardy nelle combinazioni.

Pereira non è un terzino che offre sicurezza di possesso, infatti in questo frammento un Evans in difficoltà cerca il solito Ndidi centralmente. Il nigeriano cercherà Soyuncu, rischiando di perdere il possesso nella propria area di rigore. Ottimo lavoro del Crystal Palace in pressione, fatto poche volte durante la partita

E’ una squadra bella da vedere e rispetto a quattro anni fa è in grado di fare possesso palla. Vive grazie a due colonne portanti, Ndidi e Maddison, difficilmente sostituibili. Ci sono delle lacune, specialmente in quanto a qualità tecniche difensive, non ci sono Matip e Van Dijk per dire, ma è una squadra che sta facendo paura per questa, ripeto, capacità di colpirti alla minima disattenzione di posizionamento.

Dei canarini che non vorrebbero cambiare abitazione

A distanza di dodici mesi, alle porte della Premier League si è presentata un’altra formazione in grado di offrire un calcio propositivo. Siamo abituati ad immaginarci le neo-promosse come squadre difensive, chiuse, restie ad offrire un calcio di intrattenimento al posto di uno da “pagnotta”. Se nell’Agosto scorso fu il momento del Wolverhampton, rimasto solido per tutta la stagione ed andando oltre ogni più rosea aspettativa, ora come ora stiamo assistendo al tentativo del Norwich City.

Con occhio ben poco indagatore, le affinità tra le due squadre sembrano poche: modulo diverso, con uno che riempie il centrocampo mentre l’altro cerca di sbilanciarlo più in zona offensiva; modalità di gioco differente, in cui da una parte tutti si aiutano in maniera compulsiva mentre dall’altra regna un continuo tentativo di spaziare il campo; difesa a tre contro una statica, con terzini/canarini non moltissimo propositivi, disposizione a quattro.

4-2-3-1: classica disposizione del Norwich City griffato Daniel Farke

Nella partita contro il Newcastle, in cui nei primi 45′ ha subito a testa bassa il gioco dei padroni di casa, fin dalle battute iniziali si è notata l’importanza di un preciso giocatore per lo stile di gioco di Farke: Moritz Leitner. Se con il passare del tempo è scomparso, anche per merito degli aggiustamenti di Steve Bruce, nelle prime frazioni di gioco ha gestito egregiamente ogni singola impostazione dei canarini. Giocatore tecnico, non veloce, sicuro dei propri mezzi e di posizione quando serve, con Tom Trybull forma la coppia di registi bassi di fronte alla difesa. Un elemento fondamentale per questa squadra, che cerca di giocare sempre palla a terra, dalle retrovie, allargando con calma il campo e cercando di tenere il più possibile la palla al posto di andare a recuperarla in un secondo momento.

Primi minuti di gioco: Moritz Leitner inizia ad abbassarsi per aiutare la ripartenza dal fondo. Quasi inconcepibile, per la squadra di Farke, iniziare con un lancio lungo del portiere

Il Norwich City non mi ha dato l’aria di una squadra che si fa prendere dalle situazioni e cade nel panico più becero, non riuscendo a fare quanto prefissato. Forse non riesce a farlo per la caratura dell’avversario, cosa che con il Newcastle non si è vista, ma di certo non per “la chiusura della mente”. E’ una squadra che mantiene una costanza di circolazione e cerca di leggere le situazioni al fine di bucare l’avversario. Non è una squadra che accelera in situazioni favorevoli, non ne ha le qualità per dominare le partite anche solo sfruttando le proprie doti, ma cerca di essere cinica nel suo piano partita. Pur avendo dominato i primi 45′ contro i Magpies, toccando addirittura picchi del 77% di possesso palla, non ha mai dato l’impressione di essere uno schiacciasassi in grado di annientare l’avversario. Ha avuto le sue occasioni, clamorosamente sbagliate, ma niente che potesse precludere anche ad un pareggio degli ospiti. Un punto debole, questo è sicuro, ma da una squadra in lotta per la salvezza è normale che ci sia.

Situazione in cui Fabian Schar effettua un errore da ergastolo, sbagliando anticipo e posizionamento, permettendo a Teemu Pukki di andare dritto in porta. Non arriverà la rete: un errore in finalizzazione, di questa tipologia, potrebbe costare caro in partite con squadre di maggior livello

Il gioco di possesso viene effettuato anche per coprire le lacune difensive. Se si guarda con attenzione, i terzini si sbilanciano solo quando necessario e pensano sempre prima a coprire che esporsi. I canarini vengono da una stagione in Championship in cui hanno subito la bellezza di 57 reti, fin troppe se paragonate alle 41 dello Sheffield United o alle 50 del Leeds United, e in queste prime giornate hanno dovuto fare a meno di determinati pezzi del puzzle, su tutti l’esperto difensore Timm Klose. Con troppa facilità vanno in crisi, specialmente nel gioco aereo, e solo una squadra ben poco propositiva come quella del profondo nord è stata in grado di siglare una singola rete (regalata) nei minuti di recupero.

Questa squadra, compresi i difetti che possiede, può essere solamente un orgoglio per l’intera contea di Norfolk. Gioca bene, propone, non ha paura ed affronta gli avversari a testa alta. Nonostante le quattro reti subite nei primi 45′ di ritorno in Premier League, nell’impossibile campo del Liverpool, tutti si ricordano l’ottimo secondo tempo disputato. La partita era chiusa, i padroni di casa non avevano nulla da chiedere, comunque un bel segnale per una squadra che, ricordiamoci, punta a restare al piano alto e non tornare subito giù come nel 2016.

Lame che ragionano a bassi giri dopo dodici anni d’attesa

Era il 13 Maggio 2007 quando le lacrime non smettevano di inondare il Bramall Lane. Dopo il ritorno nel massimo campionato inglese, per le Blades il destino aveva riservato un brutto colpo: retrocessione all’ultima giornata, tra le mura amiche, nello scontro diretto contro il Wigan. Un dolore ancora vivo nelle diramazioni tra Cheery Street, Shoreham Street e John Street.

Il volto della disperazione griffata 2007. Foto tratta dal sito: thetab.com

Ora, con il ritorno nel massimo campionato dopo ben dodici anni, si sta cercando di cambiare aria e mentalità. Nella prima partita stagionale, in quel di Bournemouth, è arrivato un pareggio che tutti aspettavano e speravano. La possibilità di girare per le strade con la testa alta, senza quel costante pensiero legato al passato. Un passato che, ad essere onesti e per i più attenti, sembra legarsi al presente: anche nell’Agosto del 2006 arrivò un pareggio alla prima giornata, in casa e contro quel Liverpool che si era appena portato a casa il Community Shield.

Detto ciò, che sembianze ha l’attuale Sheffield United? Nella prima uscita stagionale, si è ben notato un punto di (non) forza che potrebbe portare fortune ma anche disastrose conseguenze: una tranquillità di gioco mista ad una lentezza ragionata. Un qualcosa che si porta dietro dall’anno scorso, ma al livello superiore siamo sicuri possa andare bene? Con la miglior difesa dell’ultima Championship, parliamo di poco più di 40 reti subite in 46 gare, non ha per nulla sfigurato nel sud del paese contro una squadra che nel corso del match ha perso sempre di più il pallino del gioco. La “squadra dell’acciaio” anticipa linee di passaggio, è sempre vigile, ben messa in campo ed in grado di uccidere la creatività dell’avversario con la propria passività. Con una difesa molto bassa, parliamo di undici uomini sui 40 metri ed un George Baldock che fa il quarto di difesa e il quinto di centrocampo quando si attacca, ha prodotto una gara di attesa e lavoro sporco, molti sono stati gli interventi al limite dello scorretto, fino alla rete subita.

Siamo al minuto 87 e Callum Robinson, in campo dal primo minuto nel ruolo di seconda punta, arretra al fine di aiutare nell’anticipo. Un lavoro fatto per tutta la partita. Compattezza di squadra

Oltre a fare un distinto lavoro di squadra, lo Sheffield United è in grado di creare gioco ed apertura di campo. Con un Oliver Norwood finalmente nel calcio che conta, dopo anni in cui era sempre stato ingiustamente snobbato, coadiuvato da un John Fleck dinamico/solido ed un John Lundstram con piedi buoni ma spesso impreciso, risulta avere un centrocampo in grado di fare girare la palla con precisione e senza pathos. Il primo tiro in porta del match, con un Robinson in grado di accentrarsi e tirare con assoluta libertà dai 25 metri, era arrivato seguendo un canovaccio ben preciso: congestione sulla sinistra, tre tocchi di prima per liberarsi, palla al centro, apertura sul lato opposto, fallimento nel puntare l’uomo, palla che torna al centro e ritorno nella zona da dove era iniziato il tutto, successivamente liberata.

Spesso cercano il lancio lungo centrale, principalmente tramite il piede destro di Lundstrom, e se aprono il gioco lo fanno sempre dalla parte destra e ben poco volte dal lato opposto.

Le reti, sia per le Cherries che per le Blades, sono arrivate in situazioni di mischia e rimpalli fortuiti. Nota di merito per Billy Sharp, giocatore d’altri tempi in grado di segnare dalla League Two alla Premier League senza distinzione di stadi, tempi e pressioni. Il 33enne autoctono c’ha messo poco a dire la sua, con una lezione di rapina: entra al minuto 82 e segna dopo soli sei minuti. Opportunista come pochi, una dote che la squadra per cui fa il capitano deve essere in grado di fare sua nel calcio che conta. Un gioco del genere può portare dividendi con squadre di media o bassa classifica, il range su cui deve puntare la squadra del centro-nord inglese, ma cocenti sconfitte con chi riesce a trovare le giuste chiavi in pochi minuti.

Il salto del giocatore al contrario delle East Midlands

Nottingham e Sheffield sono due città che distano tra di loro poco più di 70 km. Due città operaie, diciamo così, con la prima leggermente migliore della seconda. Due città in cui sembra esserci ben poco per gli occhi di un turista, in quantità molto più rimarchevole nella seconda, se tralasciamo le vere passioni che ti fanno vivere alla giornata.

Una passione, quella calcistica, che Ben Osborn ha coltivato a Nottingham ed ora porterà in quel di Sheffield. Il grande salto nel massimo campionato per il ragazzo di Derby, giovane tifoso dei Rams poi diventato bandiera portante di questi ultimi anni del Nottingham Forest. Un gioco del destino, nemmeno farlo apposta.

Foto tratta dal sito: nottinghampost.com

Dopo ben sedici anni con la maglia dei Reds, il classe 1994 ha deciso di accettare una nuova sfida nel momento in cui il suo contratto sarebbe entrato nell’ultimo anno di vita. Era il 2003 quando, dopo un anno di Derby County in cui venne scartato, finì nella squadra rivale di quella per cui faceva il tifo. Piedi buoni, fantasia, agilità, velocità e con il passare del tempo arrivò ad essere il capitano dell’U21 e mettere in cascina più di 200 presenze con la maglia della prima squadra.

Giocatore versatile, ricopre molti ruoli dalla fase offensiva alla difensiva, negli ultimi due anni si è specializzato nel ruolo di terzino sinistro. Difficile da immaginare un paio di anni fa, quando cercava di fare il funambolo nei lati offensivi più esterni. Allo Sheffield United proverà a dare proprio questo, la sua versatilità, sperando di ritagliarsi un ruolo nel piano alto e non dover tornare all’ovile.

Un anziano qualsiasi al Griffin Park

Non posso entrare nella vostra mente, anche se adorerei farlo, quindi posso parlare solo per me stesso: a regolari periodi di tempo, ricordo, in maniera totalmente solitaria, i viaggi calcistici che ho effettuato nelle settimane, nei mesi o negli anni precedenti. Parlo e penso da solo, sorrido da solo, mi commuovo da solo.

Pura passione.

Oggi, informandomi sui lavori riguardanti il nuovo stadio del Brentford, mi è tornato alla mente il penultimo viaggio da me intrapreso. Sono passati quattro mesi, un periodo di tempo misero, anche se mi sembrano passati decenni. Due belle giornate, con dispiacere nemmeno una goccia di pioggia ed una corsa contro il tempo dall’aeroporto che difficilmente scorderò.

Foto tratta dal sito: newstadium.brentfordfc.com

Arrivai a Stansted alle ore 11, con l’orario della partita fissato alle 15. Brentford vs Blackburn, una partita modesta che non mi interessava più di tanto. Mi interessava entrare e coccolare il Griffin Park, poiché sarà il palcoscenico della squadra solamente per un’altra stagione agonistica. Per chi non fosse avvezzo alla terra londinese, Stansted dista un’ora dal centro di Londra ed il quartiere di Brentford non è esattamente nel cuore della City. Con veloce tappa in hotel, cambi di metro continui e calcolate camminate arrivai a Braemar Road poco meno di trenta minuti dal fischio iniziale.

Un’infinità di viaggi effettuati, ma la gioia resta sempre la stessa. La gioia della prima volta.

Ogni volta che approdo in uno stadio, la partita in quanto tale mi importa il giusto. Osservo le persone, i loro modi di fare, la cura della struttura, la presenza degli ospiti, il contorno delle pause e ciò che il luogo offre oltre al campo da calcio. Il quartiere di Brentford non ha nulla di rilevante, per quanto poco visto nel breve tratto dalla stazione di South Ealing, ma la vicinanza delle case al confine del Griffin Park non può lasciarti senza sentimenti. Tirai fuori la macchina fotografica, pur sapendo di andare contro le regole, e scattai una bellissima foto raffigurante un anziano, con sciarpa al collo, mentre saliva le scale per approdare in tribuna. Dietro a lui le case e la mia mente vagò immaginando tale uomo bere un thè caldo, dentro una di quelle abitazioni, a pochi minuti dal fischio finale.

“Signore, non si può scattare foto alle case. Deve cancellarla”.

“Ok, scusi. Arrivo (ed allungai il passo). Devo cancellarla di fronte a lei?”

“No no, basta che la cancelli”.

Ahimè, non la cancellai. Maledetta passione.

Prima o poi salterà l’uomo Pablo Fornals?

14 Giugno 2019.

Immaginiamo di essere al Chadwell Heath, storico campo d’allenamento del West Ham.

Pablo Fornals, spagnolo e classe 1996, diventa il secondo giocatore più pagato della storia del club. 24 milioni di £ dirette verso le casse del Villareal.

Alcuni hanno detto che potrebbe rivelarsi una steal di prima fattezza, del tipo che nel giro di un paio d’anni lo si vedrà volare in altri contesti per cifre esorbitanti. Per quello visto fino ad ora, pur considerandolo un ottimo prospetto, mi pare un prodotto abbastanza grezzo ed incompleto. Pur venendo considerato anche un trequartista, principalmente gioca sulla fascia sinistra, alternandola anche con la destra quando serve, ma una delle sue più grosse lacune è che difficilmente punta l’uomo. E’ un giocatore che cerca molto le triangolazioni, e non dico si tratti di un demerito, per poi tagliare con costanza al centro quando si trova sui venticinque/trenta metri dalla porta avversaria.

Come si può notare, in questa apertura verso sinistra il nostro amico Fornals non è presente. Si trova già in centro, a ridosso dell’area, a fare quasi il ruolo di prima punta

Un altro demerito è che non sembra essere in grado di cambiare ritmo, di accendersi o spegnersi a piacimento grazie alla sua qualità. Un demerito che può essere visto come un merito, poiché mantiene sempre una costanza in ogni cosa che fa. E questo merito lo si nota bene in fase difensiva, dove risulta essere diligente, pronto, attivo e ben posizionato, per poi azzardare qualche anticipo, nonostante il fisico non a proprio favore, nei casi in cui gli avversari risultano essere leggermente distratti o in pericolo. E’ un giocatore che fa campo, in maniera più che decorosa.

Da notare come scende, difensivamente parlando, andando a coprire una zona di campo apparentemente non sua. Non è detto che faccia qualcosa in particolare, magari l’uomo lo salta in due nanosecondi, comunque la presenza la mette

Perchè gli Hammers hanno preso un giocatore del genere? Soffermandoci sul ruolo che ricopre, quindi esterno alto di sinistra, viene da pensare che la dirigenza sia andata alla ricerca di un Felipe Anderson (l’acquisto più costoso della storia per il West Ham) molto più diligente. Lo spagnolo non ha la qualità e non salta l’uomo come il brasiliano, su questo non si discute ora come ora, però può donare molte cose (diligenza, intelligenza tattica, costante serietà) che il classe 1993 non sembra avere mai avuto.

La visione di Stephen Constantine

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Quando pensiamo ad allenatori britannici, prendiamo ad esempio quelli inglesi, li collochiamo sempre in un ambiente d’oltremanica. Lo stesso discorso vale con i calciatori, di cui facciamo fatica ad immaginare che compiano gesta eroiche lontani da quella zona collocata sopra il corso d’acqua che la separa dalla Francia. E’ innegabile che quando qualcuno esce dalla zona, pensiamo ad un David Moyes nel campionato spagnolo, viene visto quasi come un viaggiatore da neo colonialismo. Suona e viene percepito in modo atipico, come se tali allenatori o calciatori stessero facendo un qualcosa di sbagliato o di inspiegabile. Ormai il massimo campionato inglese viene visto come un punto di arrivo e non un punto di partenza, quindi il britannico che lascia l’oltremanica lo percepiamo come un pesce fuor d’acqua.
Anche se non prettamente inglese, Stephen Constantine è stato, è e sarà l’esatto opposto di questo personaggio che ci siamo creati nella nostra mente. Il fatto che non sia puramente inglese, avendo una metà cipriota, e che non abbia avuto un’infanzia regolare nel suolo inglese, saltando da una parte all’altra delle nazioni interessate, ci permette di non parlare di lui come il classico allenatore inglese. Nonostante ciò, anche lui vede il tutto con gli stessi occhi nostri: allenare in Inghilterra è un sogno, un traguardo, un must, anche in leghe molto basse, alle porte della non league.

“I started applying for English jobs after I got my FA full badge in 1996. By the time I left Nepal, I was ralentless. If I read that a manager had left a Football League club, that was it: I faxed or emailed my CV. I must have applied to half the full time teams in England”

Nel suo libro autobiografico, “From Delhi to the Den”, il nativo londinese ci delizia con un’infinità di aneddoti riguardanti la sua carriera da allenatore, quasi sempre passata in paesi in cui il calcio è un continuo cantiere aperto. Due sono i concetti che continua a ripetere: la poca professionalità calcistica nelle nazionali in cui va ad allenare, nonostante lo seguano in tutto e per tutto, e la voglia di essere qualcuno nella nazione che gli ha dato i natali.
La vita di Stephen Constantine, permettendomi, oltre al fatto di essere piena di colpi di scena e di ventate transcontinentali, sembra essere ricamata intorno ad un enorme buco. Immaginatevi una maglia invernale, creata da una vostra nonna, e nel centro un enorme buco. Tale buco, per S.C., è il fatto di non essere stato nessuno, e probabilmente mai lo sarà, in Inghilterra. Quando parla del suo periodo al Millwall, dove era una specie di assistente, si percepisce tanto rammarico. Quando parla della mentalità dirigenziale britannica, si percepisce altrettanto rammarico.

“In 2006, McClaren left Middlesbrough to become England manager. Boro were a Premier League team and could have picked from 99.9 % of managers around the world. Instead they chose their captain, Gareth Southgate. He didn’t even have the Pro License, which broke the league’s own rules. When you’ve spent years doing those courses that’s a kick in the teeth”

La ragione sembra essere dalla sua parte, dopotutto quante ne abbiamo viste di queste vicende? Il fatto è che, analizzando la carriera di tale allenatore, viene da farsi un paio di domande: è tutta colpa della federazione inglese o no? E’ veramente valido come allenatore? Si ritrova sempre ad allenare in luoghi sperduti perché la sua visione di se stesso è forse un po’ troppo pompata? La sua non esperienza da calciatore influenza così tanto quella da allenatore?
Noi vogliamo stare dalla sua parte, vederlo come un paladino del calcio in zone remote del mondo. Vogliamo continuare ad immaginarlo docente in Sudan, per dire, o capo allenatore di qualche squadra dimentica nella terra cipriota che l’ha allevato ed accudito.

(Foto tratta da: worldfootballindex.com)

La storia si presenta in casa dei tre fratelli Mason

Sholing è un piccolo distretto nella parte est della città di Southampton, quindi stiamo parlando del “profondo mezzogiorno” inglese. In tale parte della città è presente la Silverlake Arena, stadio del Sholing FC, quest’ultima compagine militante nella Division One South & West della Southern Football League (terzo livello del National League System).
Un complesso che si trova a 3 miglia dal più famoso St. Mary’s Stadium, casa del Southampton, che si trova più verso la città e dall’altra parte del fiume Itchen. La casa del Boatems, così vengono denominati, si trova invece in una zona verde, molto simile a quelle che vediamo nei programmi britannici quando i conduttori provano le vetture in zone remote che sembrano disabitate.

Tramite googlemaps siamo stati in grado di risalire all'entrare nel complesso sportivo del Sholing FC
Tramite googlemaps siamo stati in grado di risalire all’entrare nel complesso sportivo del Sholing FC

Una realtà così lontana dai giornali, una realtà provinciale, una realtà quasi nostalgica. Vi starete chiedendo :

Per quale motivo stiamo leggendo questo articolo?

La verità è che in data 17 Gennaio 2015 tale realtà si è fatta sentire, grazie a tre fratelli.

I fratelli Mason.

Barry Mason, 30 anni, centrocampista
Barry Mason, 30 anni, centrocampista

Daniel Mason, 23 anni, attaccante
Daniel Mason, 23 anni, attaccante

Byron Mason, 28 anni, centrocampista
Byron Mason, 28 anni, centrocampista

Sono diventati popolari perché nella partita contro lo Shortwood United hanno segnato una rete cadauno. La partita è terminata con il risultato di 3-3, lasciando il Sholing in 17a posizione (su 22), ma un fatto del genere non accadeva dal lontano 1978. All’epoca erano i fratelli Fenoughty (Tom, Nick, Micky) e per maggiori info vi rimandiamo a questo link.
La realtà britannica è bella anche per queste situazioni, dove nelle maggiori testate di stampa vengono ritagliati spazi a favore di tali informazioni. Ma noi vi offriamo altro, per avere maggiori nozioni riguardanti i tre fratelli Mason, quindi vi rimandiamo a questo articolo “famigliare”.